Long Covid nei bambini.

In questi due anni di pandemia è stato chiaro fin da subito come i tempi di recupero dall’infezione da Covid siano variabili da soggetto a soggetto.
Giorgio Conforti

Giorgio Conforti

Pediatra di famiglia
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Si va dai soggetti asintomatici o paucisintomatici durante tutta la fase di positività, a soggetti che hanno riportato sintomi più o meno gravi da richiedere l’ospedalizzazione o nei casi più estremi la terapia intensiva.

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Sicuramente quando pensiamo al Covid pensiamo alla fase acuta della malattia, che abbiamo imparato riconoscere, ma oltre a questa esiste una fase più sommersa e più difficile da individuare, in cui compaiono, a distanza di tempo dall’infezione acuta, dei sintomi persistenti, talvolta per diverso tempo, e che possono condizionare la qualità della vita delle persone.

Uno degli aspetti meno conosciuti della malattia da Covid19 è infatti il cosiddetto Long Covid, specialmente in ambito pediatrico.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, proprio sulla base della durata, definisce il Long Covid come l’insieme di sintomi variabili e diversi fra loro che esordiscono in genere entro 3 mesi dall’infezione acuta, cioè quando è stata rilevata la positività, e perdurano per almeno 2 mesi e non possono essere spiegati da una diagnosi alternativa.

Ma per capire meglio, a cosa ci si riferisce quando si parla di Long Covid?

Tutte quelle volte in cui, per un bambino o un ragazzo che ha avuto una sintomatologia da Covid acuto, più o meno grave, indipendentemente dall’ospedalizzazione o meno, compaiano dei sintomi che possano evocare un cambiamento del normale comportamento, potremmo pensare ad un Long Covid.

Il Long Covid è, più in generale, una condizione clinica caratterizzata dal mancato ritorno di una persona che ha avuto il Covid, allo stato di salute precedente all’infezione.

È difficile però fare una diagnosi corretta di Long Covid proprio perché le manifestazioni possono essere le più disparate: dalla depressione, all’ansia, ai disordini post-traumatici, all’anosmia, ai dolori addominali, e ancora diarrea, rinorrea, tosse, difficoltà respiratorie. A conferma che, così come negli adulti, anche nei più piccoli, il long Covid è una condizione dai confini non ben delineati e che può manifestarsi o meno, in modo diverso in ogni persona. Si tratta di sintomi che possono interessare un po’ tutti gli apparati e che, spesso, sono frequenti nei bambini, anche al di là del Covid, è dunque complesso dimostrare che ci sia un nesso di causalità tra i sintomi riscontrati e l’infezione da Covid.

Quello che emerge spesso nei bambini, per quanto riguarda i disturbi cognitivo-comportamentali, è uno scadimento delle capacità di concentrazione, una tendenza a dormire meno e a soffrire di insonnia o ad avere sbalzi del tono dell’umore; altri sono i sintomi più specifici come vertigini, cefalea, dolori articolari, dolori addominali, altre volte tosse e febbre persistente.

È importante però sottolineare che il perdurare di alcuni sintomi dopo una malattia infettiva è molto comune, si parla infatti della cosiddetta convalescenza.

È sempre buona norma rispettare i tempi della convalescenza, anche dopo che i sintomi della fase acuta della malattia o dell’infezione sono passati; vanno quindi seguiti alcuni aspetti comportamentali che permettano un ritorno ad un buono stato di salute del bambino e dell’adolescente.

Anche per quel che riguarda la ripresa delle attività ludico-sportive del bambino o dell’adolescente, i pediatri consigliano una certa gradualità nella ripresa dell’attività, soprattutto se questa attività comporta un’attività sportiva agonistica; è importante che vengano fatti accertamenti più approfonditi se, ad esempio il ragazzo che pratica sport agonistico, presenta in seguito alla fase acuta ancora una sintomatologia cardiaca o respiratoria. Sarà, infatti, il medico dello sport, nello specifico, a guidare e a rassicurare il genitore, eseguendo visite ed esami approfonditi come l’elettrocardiogramma. 

Per i bambini o i ragazzi che hanno avuto il Covid, non è necessario recarsi in ambulatorio, a tappe successive e in scadenze prefissate per farli visitare; è sufficiente, ovviamente, che il genitore rimanga a contatto col proprio pediatra di famiglia, riferisca tutta la sintomatologia eventualmente presente, più o meno acuta, e il pediatra interverrà laddove è necessario, e potrà discriminare e fare una diagnosi differenziale o con una visita o con esami più specifici per ulteriori accertamenti.

Rassicurando tutte le famiglie, si invitano i genitori a passare del tempo con i propri bimbi all’aria aperta soprattutto con l’arrivo della bella stagione, suggerendo di non avere paura e “se il pediatra dà l’ok, portate i bambini all’aperto il più possibile”.

 

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